DACIA MARAINI: NELLA CANZONE SICILIANA LA STORIA DI TANTE MADRI CHE SPINGONO LE FIGLIE A SUBIRE ABUSI PER UN PO’ DI CELEBRITÀ

La grande scrittrice Dacia Maraini nel romanzo “La grande Festa” (Rizzoli, 2011), racconta di coloro che ha amato e che l’hanno amata, che non ci sono più e che vivono sempre dentro i suoi ricordi. La Maraini nel suo romanzo cita pure “il bel libro curato da Mimmo Mollica, Le più belle canzoni canzoni siciliane (Armenio Editore)”
Messina, 04/11/2013 - La grande scrittrice Dacia Maraini, tra i maggiori esponenti della cosiddetta "generazione degli anni trenta", primogenita della principessa siciliana e pittrice Topazia Alliata, dell'antico casato siciliano degli Alliata di Salaparuta, nel suo penultimo romanzo “La Grande Festa” (Rizzoli, 2011), racconta di coloro che ha amato e che l’hanno amata, che non ci sono più e che vivono sempre dentro i suoi ricordi.
La Maraini nel suo romanzo cita pure “il bel libro curato da Mimmo Mollica, Le più belle canzoni siciliane (Armenio Editore)” e pubblica alcuni testi “non edulcorati da stupidi compiacimenti hollywoodiani.”
Per questo la ringrazio ancora, contento e molto onorato.

La cancellazione della canzone siciliana da tutta la programmazione radiofonica e televisiva non è riuscita, suo malgrado, ad ‘abrogare’ questo immenso patrimonio, che tiene in vita la Sicilia, i suoi personaggi, le sue colonne doriche, le malefatte, la bellezza, la musica, la storia. C’è vita in quelle vituperate canzonette, c’è anima, e il tempo per schiacciare il serpente non sembra essere ancora venuto. Ad onta dei palinsesti e delle playlist, il cinema e la letteratura (r)esistono ancora a sovvertire gli oroscopi.

Nel romanzo La grande festa, la Maraini racconta della nonna materna, Sonia Ortúzar Ovalle, cantante lirica che non poté mai debuttare e del ritorno in Sicilia, presso i nonni materni, nella Villa Valguarnera di Bagheria. La Maraini, del resto, parla spesso della terra siciliana: “nel momento in cui ho deciso, dopo anni e anni di rinvii e di rifiuti, di parlare della Sicilia. Non di una Sicilia immaginaria, di una Sicilia letteraria, sognata, mitizzata.” (Dacia Maraini, Bagheria).
Così ne La grande festa la scrittrice parla di una Sicilia minore rispetto a quella della mafia ma ugualmente ben conosciuta: «Conoscevo troppo bene le arroganze e le crudeltà della Mafia che sono state proprio le grandi famiglie aristocratiche siciliane a nutrire e a far prosperare perché facessero giustizia per conto loro presso i contadini […] Io non ne volevo sapere di loro», scrive Dacia Maraini in Bagheria.
Ne La grande festa - dicevo - la Maraini parla di una Sicilia ‘minore’: gli abusi del mugnaio, del mulinaio, che avrebbe voluto far macinare la ragazza prima degli altri e farle le buone misure, per scontarsele (le ‘buone misure’) al momento opportuno, magari là dove sono custodite le botti: dda si li scunta li boni misuri (là se le sconta le buone misure).

Mamma non mi mannari a lu mulinu: / lu mulinaru mi vurria vasari. /
Di l'ura chi mi vidi cumpariri / mi scàrica e mi stùia lu suduri. /
Prima di tutti mi fa macinari, / a mia sula fa boni misuri, /
quannu vaiu a la vutti p’affacciari / ddà si li scunta li boni misuri.

Mamma non mi mandare al mulino / il mulinaio mi vorrebbe baciare. /
Dal momento che mi vede comparire / mi scarica e m'asciuga il sudore. /
Prima di tutti mi fa macinare / a me soltanto fa buone misure; /
quando vado alla botte ad affacciare / là se le sconta le buone misure.

Canzone popolare, che bada ai fatti, - scrive ne La grande festa Dacia Maraini - non edulcorata da stupidi compiacimenti hollywoodiani. La ragazza si lamenta delle facilitazioni del molinaio, perché poi, come si conviene nei rapporti di mondo, vorrà la ricompensa e lei non è disposta ad accontentarlo. Quanto le costerebbe avere saltato la fila, avere avuto “boni misuri” per la farina? Segno fra l’altro che il mugnaio faceva spesso li ‘mali misuri’, ovvero truccava le misure per consegnare meno farina. Ma la madre avrà dato ascolto alla figlia? E’ probabile che non lo avrà fatto. Chi poteva mandare al mulino la povera madre se non aveva figli maschi in casa? E’ la storia di tante madri che ancora oggi spingono le figlie a subire, contrattare, ad accettare gli abusi pur di guadagnare, magari non un poco di farina ma un poco di celebrità televisiva e un lavoro considerato vantaggioso”.

“Yuki cantava dolce – racconta Dacia Maraini in La grande festa - con una voce piena e umile, gentile e raffinata. La voce che aveva ereditato dalla nonna Sonia, la quale era venuta dal Cile per studiare canto alla Scala di Milano dove conobbe mio nonno Enrico Alliata”.
"Ma sebbene avesse una voce soave e potente - scrive della nonna materna, Dacia Maraini - a Sonia Ortúzar non era stato permesso di cantare in pubblico. Una signorina di buona famiglia non poteva salire sul palcoscenico senza essere considerata una prostituta. La nonna Sonia non ha mai digerito quella proibizione. […] Una voce da soprano lirico, elogiata da Caruso in persona, costretta a qualche concerto di beneficienza, ma come è possibile? Ad un certo punto la nonna, bellissima bruna dagli occhi grandi e scintillanti, era scappata con l’innamorato del momento. Aveva messo casa “in Italia”, ovvero fuori dalla Sicilia, lontana dal marito e dalle figlie”.

E la storia si ripete. Ricordo bene cosa mi raccontava Rosa Balistreri, la ‘cantatrice del Sud’, scoperta da Dario Fo in “Ci ragiono e canto”, per spiegarmi quanto fosse stato penoso e definitivo per lei farsi cantatrice, cantante di professione: Rosa dovette fuggire dalle grinfie di un padre padrone e di un marito animalesco cui era stata ‘data’ in moglie a soli 14 anni. Sua sorella fu scannata a Firenze dal marito, poi rinchiuso per 24 anni e 6 mesi nel manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto.

“Il nonno desiderava sinceramente la pace, - racconta ancora Dacia Maraini ne La Grande festa - era vegetariano, seguiva le dottrine antroposofiche di Rudolf Steiner, si dedicava personalmente a coltivare le vigne di Casteldaccia secondo i principi biodinamici, lavorava assieme agli operai nella azienda vinicola Il Corvo, preferiva il cavallo all’automobile, trattava da amici e da uguali i servitori, era fervente lettore di Virgilio, di Voltaire, di Pascal, di Cesare Beccaria”.

Guvernu ‘taliànu / si’ veru buttànu / ci suchi lu sangu / a lu pover’omu. /
Li tassi chi metti / su’cosi tremèndi / chi fannu trimàri/ li spaddi e li denti. /
C’è tassi pi tuttu: manciàri e bivìri, / vigghiàri e durmìri, / campàri e murìri. /
C’è sulu du’ cosi ‘nta chistu mumentu / chi non su’ suggetti / a lu tassamentu.
Guvèrnu ‘taliànu ti ringràziu,/ chi pi pisciàri non si paga dàziu. /
E chi pi farsi ‘na ca-ca-cantàta / non c’è bisògnu di carta bullàta.

Governo italiano / sei davvero puttano / gli succhi il sangue / al pover’uomo. /
Le tasse che metti / sono cose tremende / che fanno tremare le spalle e i denti. /
C’è tasse per tutto: / mangiare e bere, / vegliare e dormire, / campare e morire. /
Ci sono solo due cose / in questo momento / che non sono soggette / al tassamento. /
Governo italiano ti ringrazio, / che per pisciare non si paga dazio. /
E che per farsi una cantata / non c’è bisogno di carta bollata.

“Una canzone che ho trovato nel bel libro curato da Mimmo Mollica, Le più belle canzoni siciliane, per Armenio editore”, scrive Dacia Maraini.
“Yuki cantava seduta su uno sgabello, la gonna poco sollevata per tenere in grembo la chitarra, come un figlio tenerissimo:”

Bedda risvìgghiti /ch’u sonnu è viziu, / oh, chi sdillìziu / vicino di te. /
E non mi diri làriu / e non mi diri bruttu / sennò mi spinnu tuttu /
tutto mi spinnerò.

Bella risvegliati / che il sonno è vizio, / oh, che delizia / vicino a te. /
E non mi dire laido / e non mi dire brutto / sennò mi spenno / tutto /
tutto mi spennerò.

“Una nota malinconica si insinuava nelle onde musicali, anche quando cantava ballate festose. La nota dolorosa di un destino poco felice. Con tanti talenti dispersi, una inimicizia nascosta verso la spensieratezza, come se dovesse scontare un peccato non suo, qualcosa di avverso e sconsiderato di fronte a cui ha dovuto chinare la testa”.

Chinare la testa, come l’uomo è costretto a fare dinnanzi alla morte e al suo mistero. Cosa davvero molto diversa è doverlo fare dinnanzi alla tirannide, alla politica dei partiti, alla stupidità o all’ignoranza. Così non è facile rassegnarsi all’idea che la canzone popolare siciliana debba essere consegnata unicamente alla ricerca, ai musei o all’oblio. C’è tanta vita ancora in essa e sempre ce ne sarà. Dacia Maraini ne è testimone.

Mimmo Mòllica
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